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Perché tutti odiano i Games as a Service?

È ormai da molto tempo che si sente parlare di questa tipologia di giochi. Cosa sono e perché i giocatori li odiano?

Ormai si è ampiamente diffuso su Internet e tra i giocatori il dibattito sui cosiddetti games as a service, una particolare tipologia di videogiochi, spesso odiata dalla maggior parte dei gamers. Di che cosa si tratta?
Per lo più si parla di giochi online, con funzionalità sia single che multiplayer – anche se spesso il focus è sulla socialità, sul “fare community” e sul gioco di gruppo (magari implementando chat vocali incluse nel gioco, possibilità di organizzare gruppi o altre funzioni simili). La maggior parte di questi giochi è spesso messa sul mercato come Free to Play, ma non si tratta di una regola, dato che a giochi come League of Legends, Dauntless, Fortnite, Apex Legends e moltissimi altri si accostano i vari GTA Online, Destiny, Sea of Thieves, Anthem, Overwatch…

Perché si stanno diffondendo? Certamente un aspetto importante è rappresentato dal loro essere particolarmente redditizi, anche nel caso siano originariamente gratuiti: non è un caso che una software house come Riot Games abbia sviluppato come unico gioco LOL in circa dieci anni, né che Ubisoft abbia deciso di eliminare ogni possibilità di una campagna single player per Rainbow Six: Siege in favore del competitivo online. D’altronde lo stesso Anthem è stato sviluppato da Bioware su richiesta di EA, che cercava “un nuovo Fortnite”.

La situazione è così grave, così tragica, come tutti quelli che si professano contrari a questi games as a service la descrivono? Sì e no.

Certamente la situazione è grave: molte delle pratiche messe in atto da sviluppatori (ma soprattutto dai distributori, se è vero che spesso sono richieste esplicite delle case di distribuzione nei confronti degli studios di sviluppo dipendenti) sono effettivamente predatorie per gli utenti; è chiaro che nessuno vuole spendere 60 euro per un gioco al day one e trovarsi con un season pass di cosmetici o di modalità alternative da 50 euro appena installato il gioco sulla propria piattaforma, così come è chiaro che nessuno vuole un gioco potenzialmente competitivo fortemente influenzato da potenziamenti sbloccabili via microtransazioni o, ancor peggio, lootboxes, come accaduto per Star Wars Battlefront 2. Se poi mettiamo l’esempio di remake come il recente Crash Team Racing: Nitro Fueled, un gioco votato alla nostalgia e al riscoprire una perla del passato di questo calibro, al quale stanno per essere aggiunte microtransazioni per sbloccare personaggi già acquisibili con il semplice grind, è palese che qualcosa sta sfuggendo di mano.

Ma non tutto è così disperatamente negativo. Volendo fare un po’ l’avvocato del diavolo, c’è da dire che l’essere un gioco concepito come servizio da fornire agli utenti non è necessariamente qualcosa che va ad influire sulla qualità del gioco. Certo, la maggiore attenzione sul multiplayer spesso porta ad un’eccessiva difficoltà in alcuni giochi se affrontati in singolo, ma sarebbe come lamentarsi del morire troppo in una Soul level 1 su Dark Souls, o della difficoltà dell’affrontare Resident Evil solo col pugnale: nulla di infattibile teoricamente, ma non è quello il modo in cui il gioco è stato concepito.
Un altro aspetto che viene spesso criticato è l’assenza di contenuto di questi giochi al lancio, come accaduto ad esempio per Anthem, per Sea of Thieves e (in chiave diversa) per No Man’s Sky. Certamente in questi casi ci si può appellare ad una qualche forma di pubblicità ingannevole, specie nel caso dei giochi di Hello Games e di Bioware, ma proprio il survival del 2016 mostra come un attento supporto al titolo possa portarlo nuovamente alle attenzioni del pubblico in positivo. Si tratta di scommettere sul come investire il proprio tempo e di dare fiducia agli sviluppatori. Come ogni scommessa può andare male, ma gli esempi riportati (e ce ne sono numerosi altri) dimostrano che il gioco può spesso valere la candela.

E voi da che parte state? Odiate anche voi giochi di questo tipo o pensate che possano rappresentare spunti interessanti, specialmente se affiancati a titoli single player di ottimo livello come quelli che comunque stanno uscendo in questi anni? Siete pronti ad un “nuovo Fortnite” o temete di trovare un nuovo Fallout 76?

Andrea

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